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THE TALE ABOUT A TALE
(Una traduzione)

 

Once upon a time there was a tale
It came to the end
Before its beginning
And began
After its end

Its heroes entered it
After their death
And left it
Before their birth

Its heroes spoke
Of an earth of a heaven
They spoke a lot

Only they didn't say
What even they didn't know
That they were heroes in a tale

In a tale coming to the end
Before its beginning
And beginning
After its end.

Vasko Popa
(n. 29 giugno 1922, Grebenac, Serbia)
(m. 5 gennaio, 1991, Belgrado, Yugoslavia)

NOTA PER "A Tale About a Tale"

La traduzione in inglese della poesia in lingua serba di Vasko Popa non è mia.
Non conosco il serbo-croato e mi affido quindi alla traduzione del poeta inglese Ted Hughes (1930-1998, poet leureate 1984-1998).
Il che complica le cose, perché le mediazioni interpretative si sovrappongono e rischiano di allontanarsi troppo dall’originale.
Nonostante ciò, ho voluto scrivere questo mio commento.
In realtà, si tratta soltanto di un’arbitraria e forse illegittima interpretazione del senso che potrebbero avere e forse avevano nell’ispirazione del poeta, e che forse hanno veramente quei versi così scarni, così essenziali, così suggestivi.
Una storia che finisce prima di cominciare e comincia dopo la sua fine.
Eroi che entrano in questa storia dopo la loro morte e la lasciano prima di nascere.
Parlano, parlano, di una terra e di un paradiso, e non sanno nemmeno di essere gli eroi di una storia.
Ho immaginato due giovani, un ragazzo e una ragazza, innamorati l’uno dell’altra, che parlano di stare insieme, vivere insieme, e fare di questa terra il loro piccolo paradiso.
Ma il ragazzo è croato e la ragazza è serba. Oppure, al contrario, lui è serbo e lei è croata.
Però potrebbe anche essere un ragazzo palestinese e una ragazza ebrea.
O una cattolico-irlandese e un protestante-irlandese. Oppure lei indù e lui mussulmano, indiana e pakistano.
O viceversa. Oppure lui negro e lei bianca. Uno Tutsi e l’altra Utu.
Eccetera, eccetera.
C’è solo da scegliere...
E, per questo motivo, gli altri non vogliono che i due stiano insieme e si vogliano bene.
L’odio deve prevalere. L’odio nazionalistico, quello politico, quello religioso, quello razziale.
Un qualsiasi odio - magari tribale, di fazione, di faida.
Purché prevalga sull’amore. Purché li tenga separati, lontani, distanti e ostili.
Invece i due giovani si amano e voglio stare insieme.
E allora gli altri li ammazzano. Mentre si vanno incontro.
Mentre vogliono fuggire insieme per andare in un angolo di terra dove sia possibile sottrarsi all’odio.
Li ammazzano sul confine che divide le due fazioni, le due tribu, le due razze, le due religioni, i due paesi - le due "patrie".
Il ragazzo e la ragazza muoiono.
Ma qualcuno ha visto. Qualcuno ha saputo. Qualcuno ricorda e parla.
E la cosa diviene una notizia. Un racconto.. Una leggenda. Una poesia.
Una storia che è finita prima di cominciare, ma che comincia appunto dopo la sua fine.
E i due giovani muoiono prima di nascere come eroi di questa storia e vi entrano appunto dopo la loro morte.

Forse si tratta soltanto della mia presunzione di riuscire a capire l’ispirazione di un altro poeta.
Forse è l’arroganza di voler imporre un mio significato a cose non mie. Poco meno di una prevaricazione.
Se anche così fosse, son grato a Vasko Popa e al traduttore inglese per avermi dato l’occasione d’immaginare una storia che a me pare bella.
Dolorosa e bella. Di struggente angoscia e straziante bellezza.

Cesare D. (Maggio 2000)

 

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